Ricordo
il bus che sferragliava e la fermata che non arrivava mai.
il tuo inglese perfetto e la mia voce affannosa. la conduttrice nera
spazientita dalle mie domande troppo frequenti, su quanto mancasse al mare.
la tua borsa minuscola, quasi senza spazio, la calca del saliscendi.
I tuoi capelli lunghi ben oltre gli occhi, i quaderni che ti reggevo.
I nostri occhi che mai si incrociarono.
ricordo i silenzi e la mia timidezza secolare, che nessuno conosce
ma che tu smascherasti solo esistendo. il mio timore nel deluderti
e che il sole calasse troppo presto, il nostro arrivo alla spiaggia.
ricordo i tuoi racconti di paesi incredibili, al di là del mare,
il mio sollievo di sapere inesplorati alcuni affluenti
del rio delle amazzoni, la tua città e il tuo cane, la feijoada
completa e il continente perduto per te ordinario.
ricordo che ti lavai i capelli, ed ebbi paura di farti del male,
tu mi dicevi di continuare con imbarazzo ma con fiducia, comprai un asciugamano
che tu portasti come le principesse arabe, ricordo un suonatore
di armonica a bocca che mi disse che eri stupenda, con tono americano
ricordo il cantante di strada che ci regalò sassi dipinti, ricordo il cuoco
giapponese che ci somministrava porzioni di sushi che tu, con mio sollievo
amavi più della pizza, ricordo la sera e i tuoi capelli bagnati di sirena,
tu emersa dagli oceani, tu recuperata da naufragi, tu gabbiano
di tempeste calmissime, di nubifragi quieti.
ecco, il nostro bus ritornava al tuo quartiere, una donna
sudamericana ti parlava e tu parlavi di me senza che io capissi, tornammo
al tuo rifugio da stuoli di coreane indaffarate a capire chi fossi e perchè io
fossi lì.
ricordo che ti baciai dall’alto del divano prima di salutarti,
e tutto il giorno vi tentai, ma l’essenziale che tu sei sempre mi sfugge,
e devo recuperarlo a fine giorno, con le penne che ti rubai
mentre non guardavi, sul bus, a inizio corsa.
…
não fui eu quem escreveu.


